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Lucio Del Pezzo

Sirene

  • 13/10/2004 - 04/12/2004
  • luogo

    Studio Guastalla
    Via Senato, 24 20121, Milano
  • orari

    Dal martedì al sabato
    ore 10-13 e 15-19
SIRENA SIMBOLICA, 2004, Collage, colore acrilico, sabbia, oro in foglia su legno, cm 70 x 100

Inaugurazione: 13 ottobre alle ore 18.30.

Chiusura lunedì e festivi.

Catalogo a cura di Alberto Fiz.

I Loghi-logos di Lucio Del Pezzo

Alberto Fiz

"Alla partecipazione pura non si addice né casualità né simbolismo". E' proprio da quest'affermazione del filosofo francese Emmanuel Lévinas che è bene prendere le mosse per analizzare l'opera rabdomantica e, per certi versi eterodossa, di Lucio Del Pezzo, che nelle sue opere riformula l'alfabeto linguistico suscitando un desiderio partecipativo nei confronti delle cose e del loro divenire. Non c'è nulla di estraneo e ogni elemento interagisce con il nostro essere e con il nostro desiderio di comunicazione in un tempo senza tempo. L'artista napoletano ha saputo affrancarsi dal surrealismo e dalla metafisica applicando un procedimento fatto di continue alterazioni visive, di accostamenti e di evocazioni che nulla hanno a che fare con i principi di logicità o di illogicità, di razionalità o d'irrazionalità. Bersagli, birilli, cerchi, stelle, piramidi. Ma anche amuleti, sirene, lune e mezzelune, campanelli e farfalle, scacchiere e conchiglie, labirinti e ziggurat, si accostano e s'intrecciano, si contaminano e si sovrappongono, dando vita ad un nuovo spettro visivo dove ogni cosa perde il suo significato originario e autonomo per entrare a far parte di un sistema cosmogonico. C'è, infatti, il desiderio di rappresentare il caos in un crocevia continuo di segni e segnali che ora si sommano, ora si elidono creando architetture fantastiche e multiformi che scompaginano stili e forme senza mai imitarli. Se per André Breton il problema è "visualizzare un cavallo che galoppa su un pomodoro", Del Pezzo, almeno il Del Pezzo di oggi, non è interessato alle interferenze linguistiche, agli spiazzamenti o alle improvvise incursioni dell'assurdo nel mondo reale, ma va alla ricerca di un'armonia superiore delle forme che porta ad un annullamento progressivo del significato. Con grande abilità compositiva, l'artista coglie le similitudini tra elementi diversi reinventando ogni volta la sua tavola sinottica. Sono viaggi, lettere, ombre, tappeti o arcobaleni su cui elabora il suo mondo in bilico tra il supermercato della memoria e l'Iperuranio, tra la fantasia e la reinvenzione dei maestri classici. Ma una cosa è certa: quello di cui stiamo parlando è un universo fatto esclusivamente di apparenze, di significanti dove il simbolo esibito nega se stesso nel momento in cui viene rappresentato. Non è più uno strumento di salvezza catartico, ma semplicemente un feticcio, un segnale che l'artista manipola a suo piacimento reinventando una dimensione dove a prevalere è il logo più che il logos. L'urinatoio di Marcel Duchamp, la Campbell soup di Andy Warhol e la sirena di Del Pezzo, in fondo, appartengono allo stesso universo massmediale e hanno subito il logoramento del tempo e della memoria. Un percorso, dunque, quello dell'artista napoletano, autenticamente contemporaneo che spezza ogni legame tra forma e contenuto e ha la capacità d'imporre la superpresenza dell'arte intesa come linguaggio assoluto che non necessita di giustificazioni al di fuori di se stesso. L'impressione è che il suo universo visivo sia fatto d'infiniti ready made, di objets trouvés provenienti non dalla quotidianità ma dall'immaginario o dal fantastico, dal mitico o dal simbolico assemblati con grande sensibilità e raffinatezza da un inguaribile cleptomane che, per citare Italo Calvino, "sarebbe pronto a volare su un aquilone". Del resto, questo aspetto concettual-rococò dell'opera di Del Pezzo era già stato individuato, nel lontano 1966, da Alain Jouffroy in occasione di una mostra alla galleria Marconi di Milano: "Quegli oggetti che si nascondevano sotto le sfaccettature del colore, eccoli che risuscitano palpitanti, eterni e caduchi, fissati nel legno e nella colla, come se s'integrassero definitivamente a quell'universo onirico e demente chiamato "arte", come se si aggrappassero una volta per tutte alla sostanza stessa del pensiero"(1). Al contrario di quanto spesso è stato scritto, il procedimento di Del Pezzo non ha nulla di narrativo né di didascalico, dal momento che la sua è sempre un'operazione metapittorica o, se si preferisce, metascultorea in cui l'artista non ha più la necessità d'interrogarsi sul significato originario del segno sapendo già in partenza che la simbologia apparente da cui parte la sua ricerca è già di per sé usurata e logorata. Solo rintracciando gli aspetti strutturali degli oggetti e avvicinandoli tra loro in maniera da armonizzarli secondo rigorosi principi estetici basati principalmente sulla sintesi e sulla tensione plastica, è possibile evidenziare una nuova catena di significati iconici e linguistici che ben poco hanno a che vedere con quelli originari. "Del Pezzo", ha scrtto Gillo Dorfles, "si è valso e si vale di questi elementi-oggetto come di veri e propri segnali, gonfi d'un loro contenuto semantico"(2). Si tratta, insomma, di un viaggio rigenerativo dove il simbolo, azzerato, torna ad essere forma in rapporto costante con altre entità, come poeticamente aveva sottolineato Italo Calvino nei Paraphrases: "Ci sono giorni in cui i segni parlano ai segni, si dicono cose diverse da quelle che noi gli vorremmo far dire (...). Cosa dicono? Dicono se stessi, perché per loro non c'è differenza tra chi dice e ciò che è detto. Ma basta che due segni si rivolgano l'uno all'altro e il loro dialogo dice cose che noi non potremmo mai fargli dire. Tra le insegne d'una città non si svolgono mai monologhi ma duetti, trii, sestetti, sinfonie in cui l'ingresso d'ogni nuovo interlocutore cambia tutto il discorso"(3). Sono dialoghi frammentari e frammentati quelli creati da Del Pezzo che da bravo prestigiatore ci propone scatole magiche e coloratissime da cui escono oggetti di ogni foggia e di ogni cultura con riferimenti che spaziano dall'antica civiltà mesopotamica all'India passando per l'Egitto e la Cina. Ma non mancano nemmeno oggetti inventati, simboli senza simboli, elementi artefatti che simulano la classicità, proprio come le imitazioni di Prada o di Trussardi. Su questo uso metaforico del segno-simbolo si è spesso equivocato dal momento che Del Pezzo trasferisce codici semantici all'interno del suo universo creativo prendendo a prestito elementi provenienti dalla classicità o dallo stesso Giorgio De Chirico. L'amore per il pictor optimus non significa un'adesione ai principi della metafisica e il fatto che abbia inserito le sue torri o gli obelischi all'interno dei suoi dipinti è stato un modo per scompaginare il gioco dechirichiano facendo della metonimia il suo metodo di approccio. In fondo, nelle cattedrali di oggetti costruite da Del Pezzo è sufficiente un solo segno per evocare De Chirico, così come Giorgio Morandi, Max Ernst, Andrea Mantegna o Piero della Francesca: i dipinti del passato remoto o del passato prossimo non sono altro che meteore pronte ad esplodere nelle sue opere, a metà strada tra pittura e scultura. Lui assembla qua e là frattaglie della memoria, cocci della fantasia, amuleti new age o estratti di alchimia, creando un disordine minuzioso e programmatico che non ha per nulla a che fare con la casualità del surrealismo. Ogni oggetto ha la sua collocazione sulla mensola della pittura (o, se si preferisce, della scultura) e rimuoverlo può voler dire gettare giù tutti i birilli mettendo in movimento il caos silenzioso e congelato che propone da oltre trent'anni. L'artista napoletano, del resto, sfida le convenzioni linguistiche e non si lascia intrappolare dal labirinto della memoria proprio perchè è consapevole dell'aspetto effimero di quanto espone nelle sue vetrine coloratissime. Dietro ai bersagli da luna park o alle sirene sensuali e deformi si nasconde un atteggiamento disincantato e scettico nei confronti dell'esistenza e soprattutto la consapevolezza di essere in presenza di semplici simulacri, di schegge che hanno perso la propria appartenenza. Talvolta, poi, "l'architetto insubordinato", secondo la definizione di André Pieyre de Mandiargues, lavora sulla stratificazione del segno-simbolo elaborando immagini spurie fortemente contaminate, come se le forme venissero modificate dal tempo perdendo, insieme all'anima, anche la pelle che le aveva preservate sino ad ora. Al di là dell'aspetto ludico e giocoso, la ricerca di Del Pezzo si può leggere in una chiave più intimista e in questo senso rappresenta la perdita d'identità o ancora l'impossibilità di recuperare il significato originario dei segni. Nel caos magmatico tutto si mescola e si sovrappone e sta all'artista trovare un filo logico, sia pure assurdo e paradossale, per ricostruire una trama. Così, nella mostra proposta allo Studio Guastalla di Milano compaiono sirene deformi, oggetti spezzati e cieli plumbei, come se Del Pezzo avesse deciso di ribellarsi al suo teatrino con quell'atteggiamento anarchico che in molte circostanze è rimasto celato. Oggi qualcosa si è incrinato e nella sua wunderkammer compare finalmente la disarmonia che diventa metafora dell'esistente e che è, certo, il punto di snodo per una nuova indagine. L'aspetto in apparenza più consolatorio del suo lavoro è stato sostituito da una ricerca più vera e struggente che ha permesso di far emergere una componente sottilmente inquietante che sembra ricollegare le ultime opere a quelle degli anni Sessanta e, a questo proposito può essere utile citare un breve testo-poesia scritto da Del Pezzo nel 1964 in cui l'artista s'interrogava sul suo modo di agire. "Costruzione, composizione, descrizione, assenza, presenza, modulo, sfera, segno, cono, graffito, scavato, tabella, stucco, modanatura, capitello, duttile, fregio, racconto, città, città anonime, necessarie geometrie, (...), bandiera, birillo, popolare, illogico, gioco infantile, logico, assoluto, pensabile, decorato solo se trova una destinazione (...). Questo...lo so...non è una dichiarazione di poetica, ma descrive forse una maniera di agire?"(4). Certamente sì, dal momento che Del Pezzo rimescola le carte e di fronte alle sue opere si ha l'impressione di fare e rifare un puzzle che rimarrà, comunque, senza soluzione.

Note:

(1) A. Jouffroy, Grand Bazar, 1966, catalogo Marconi in Del Pezzo pagine a zig-zag (a cura di Luigi Lambertini), Quaderno/Arte-Premio Imola per la critica, Cassa di risparmio di Imola, 1997, p.36.
(2) G. Dorfles, Del Pezzo, Fabbri Editori, Milano, 1995, p.6.
(3) I. Calvino, Paraphrases, 1978 in G. Dorfles, Del Pezzo; op.cit.
(4) L. Del Pezzo, Ecco, io vorrei..., 1964 in Del Pezzo pagine a zig-zag; op.cit.