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Opera grafica

Marino Marini

Opera grafica

La mostra presenta circa sessanta incisioni e litografie di Marino Marini, che testimoniano la ricca produzione dell'artista, coprendo un arco di più di trent'anni. Marino inizia già all'Accademia di Firenze, nei primi anni Venti, a interessarsi all'acquaforte, mostrando fin da subito quella sicurezza del segno che contraddistinguono la sua opera dipinta. Ma è in Svizzera, nei primi anni '40, rifugiato durante la guerra, che inizia a lavorare alla litografia, una tecnica nuova, in cui si dimostra capace di ottenere risultati autonomi e sorprendenti. Apre cronologicamente la mostra l'acquaforte "L'impiccato" (con cui Marino torna nel 1946 all'incisione dopo le prime esperienze giovanili degli anni '20), un soggetto che allude esplicitamente agli orrori della guerra, dal segno "secco, arido, crepitante". Parallelamente alla scultura, è negli anni '50 che, anche nella grafica, Io stile di Marino matura e si definisce: "I cavalieri - afferma l'artista - sempre più imponenti, hanno perso il loro antico dominio sull'animale e le catastrofi che li colpiscono sono simili a quelle che distrussero Sodoma e Pompei. Io cerco dunque di simboleggiare la fase ultima della decomposizione con un mito, il mito dell'uomo eroico e vittorioso, dell'uomo di virtù degli umanisti". "Il segno così - scrive Mario De Micheli nella prefazione al catalogo ragionato della grafica - si va facendo più ricco e vario, assumendo la deformazione, talvolta fortemente espressionistica, come metodo figurale: ora tende all'essenzialità, prediligendo la linea pura, ora invece s'abbandona d'impulso all'intrico e alla macchia; sempre, comunque, con una assoluta padronanza stilistica dell'invenzione". Accanto a cavalieri e pomone, i suoi soggetti più amati, iniziano a popolare il mondo di Marino i personaggi del circo: acrobati, giocolieri, maschere. La visione del mondo e dell'uomo di Marino si fa negli anni sempre più drammatica: le linee si spezzano, i contorni si stilizzano, il segno si deforma. I Guerrieri e i Gridi degli anni '60 sono immagini in cui cavallo e cavaliere giacciono come ridotti a fossili, senza vita. L'uomo è disarcionato, a simboleggiare la sconfitta dell'umanesimo, l'impossibilità ormai di dominare la natura. Ma accanto alle immagini tragiche, Marino continua fino alla fine a popolare il suo mondo di pomone, di teatri, di cavalli, di maschere, di colore ed esuberanza di vita Il lavoro di incisore gli permette di tornare più e più volte, nel corso degli anni, su una lastra, che testimonia così l'evoluzione, l'arricchimento, i pentimenti, come una creatura che prende forma via via. Al segno stilizzato e al bianco e nero l'artista affianca poi il colore, introdotto nella litografia in larghe campiture, pure e unite. Sono queste le opere degli anni '70, una "sorta di crescendo, - scrive ancora De Micheli - il suo segno scatta repentino, fluente e sottile, o s'arricciola, s'infittisce, s'infosca nel contrappunto di un colore che squilla di rossi, di verdi, di blu, di gialli, ma che sa trovare i suoi effetti persuasivi anche nell'oro e nell'argento, quando non si fa notturno, di un nero morbido e felpato, o di un lucido ebano. [...] Così Marino sapeva coniugare la coscienza della tragedia, della minaccia incombente, con l'incoercibile aspirazione alla felicità che vive in ogni uomo".

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